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MINIME
MicroRacconti
Minime è una scatola di fiammiferi intrisi di inchiostro e vita. Micro-Racconti che, accesi dagli occhi, illuminano sempre un’avventura diversa, fugace e intensa. Piccoli cosmi narrativi pensati per brevi evasioni quotidiane. Testi essenziali nati per amore della lettura; per amore di raccontare.

Indice generale
Racconti singoli
Ciclo Fatua età
Storie di Vinny
Storie dell'Anonimo americano
Autobiografici
Teatro
Cinema
Fumetto
Visual Poetry
Il primo pugno ti spacca l’innocenza; il secondo investe solo aria e polvere mentre, in lontananza, una sirena ci salva dal pestaggio. Ho sempre amato i gatti e mal sopportato i prepotenti. Fa freddo e ho la nausea. Dal vicolo, più o meno esitanti, tutti i randagi vengono ad adunarsi al mio angolo. È un atto di fiducia e gratitudine? Uno Orecchio mi sguscia fuori dal dolcevita e li raggiunge. È un coro di miagolii tra le raffiche di vento. Svengo.
Sogno un nido di pettirosso costruito in una cassetta postale dismessa. C’è ancora una lettera! Ed è l’uccellino stesso a porgermela. L’indirizzo sulla busta è illeggibile ma non il suo contenuto:
“Il mio nome non ha alcuna importanza, sono un uomo forgiato dalle tempeste che ha affrontato, una mano che è caduta invocando un aiuto non accolto, una voce che troppo a lungo è rimasta muta e lambita senza un luogo a cui chiedere asilo. Cosa ti cambia il destino? Prendila…”
Mi ridesto sulle pagine sfatte di un quotidiano abbandonato. Alzo lo sguardo in cerca di Uno Orecchio. È ancora la notte di capodanno e ho sempre in testa quello strano sogno. Cosa ci cambia il destino? Di nuovo sulle mie gambe, ritrovo passi chiavi luci al neon ed edifici, la piccola sala della mensa solidale che spero di riaprire e un letto pulito e rassicurante. Dura poco. Un grande trambusto mi riporta ansante nell’ingresso. Hanno sfasciato la porta!
– Presto, presto! È conciato male! –
Riconosco il ragazzo ora semisvenuto sul mio letto. Il riacutizzarsi del dolore alla milza me ne dà conferma.
– Non sono un medico… –
– È stata una serata… cough… cough… “allegra” –
– Anche troppo –
Riscaldo dell’acqua e arrovento una lama di coltello per cauterizzare la ferita alla gamba dopo averla ripulita. Lo sfrigolio della carne spezza completamente quella sua allegra strafottenza.
Il risveglio è un’imprecisata ora di inizio anno, malconcia e caotica.
– I suoi degni compari lo hanno scaricato qui e sono fuggiti via –
– Gli amici, eh‽ –
– Quelli puoi sempre sceglierli con cura, certi idioti invece ti piombano addosso senza preavviso –
Lo sguardo del ragazzo, un po’ più lucido, mi scruta il viso. Mi ha riconosciuto? Il suo «grazie…» a testa china svanisce dentro l’ambulanza.
– La contatteremo per la deposizione –
Rimasto solo, torno a rassettare l’ingresso della mensa come posso. A sera ricompaiono Uno Orecchio e la madre. Immobili sulla soglia mi guardano curiosi.
«Ancora nessuna notizia della preziosa moneta d’argento sottratta durante la consueta esposizione numismatica indetta dal Museo Civico la scorsa vigilia di Natale…crrr… una lauta ricompensa è stata fissata per la sua restituzione… click»
Spengo la radio e li raggiungo con dell’acqua e uno snack. L’amore degli animali è semplice e genuino. Rincuora. Uno Orecchio beve, mangia e torna a nascondersi sotto il petto fiero della mamma che adagia sulla soglia un pacchetto. Miagolii di commiato. Si rialza il vento.
“Il mio nome non ha alcuna importanza, sono un uomo forgiato dalle tempeste che ha affrontato, una mano che è caduta invocando un aiuto non accolto, una voce che troppo a lungo è rimasta muta e lambita senza un luogo a cui chiedere asilo. Cosa ti cambia il destino? Un atto d’amore disinteressato. Prendila. So che ne farai buon uso”
Con un luccichio, oltre alla lettera del sogno, la busta rivela anche una piccola moneta d’argento. Sul dritto, l’effigie del pettirosso mi accende un sorriso. Cosa ci cambia il destino? L’umiltà di continuare a costruire: il momento, l’ora, il giorno. Essere una mano per rialzarsi, una voce per difendere, un luogo sicuro per accudire.
Non riuscirò mai, fino in fondo, a capire quest’umanità: così ricca d’Arte e passioni e, tuttavia, così stolta e cieca da generare abissi. Il mio Novecento è stato il buco nero della Storia Contemporanea e l’oggi, di fatto, ci flirta ancora, pericolosamente. Perché s’erge sempre un regime a cassare anime e sogni e dettare un tempo da prigionieri e servi. E prigioniero lo sono, confinato su quest’isola remota fino a nuova destinazione, perché credo nell’incrollabile valore della pace; perché difendo l’uguaglianza di tutti i popoli mentre ci segreghiamo vigliaccamente nelle illogiche differenze. Sono confinato su quest’isola a pentirmi di essere un sovversivo, un anarchico, un idealista o qualunque altra parola stanno usando per dividermi dalla gente; per impedirmi di comunicare con il mondo.
– Avanti, poeta. Bisogna rientrare –
Il pacchetto di Gitanes scivola in tasca e s’occulta. Ma non la mina e questa piccola moneta argentea restituita dai flutti il primo giorno che sono sbarcato qui. Sul dritto, il pettirosso inciso è un simbolo di buon auspicio. Ti sarà utile. Un giorno.
– Tutte le sere la stessa storia… non farmi venire fin lì, poeta! –
Mi hanno impedito di scriverti ma di fronte a me stesso e a questo mare rimango un uomo libero. E ti sto pensando, bambina mia, con ogni molecola che mi compone e con quel che mi resta: il fiore di melo che raccolsi per i tuoi capelli; granelli di sabbia, petali e nuvole dal mio cappello al tuo cielo e una Gitanes spenta su cui s’adagia una foglia.
– Dannati sassi… ahi! Ahi! … POETA! –
Devo andare prima che il povero Frigio s’adiri oltre. Non sopporta quando lo chiamo così ma è l’unica guardia che tutti i giorni mi scorta in quest’anfratto scosceso per la mia ora d’aria ed è diventato un piccolo simbolo di libertà.
– Giuro che te ne farò pentire… ahi! Ahi! …–
Devo andare ma ho trovato il modo per raggiungerti. Un amico pescatore ogni sera viene a raccogliere da sotto le foglie queste sigarette svuotate di tabacco e riempite di poesia. Nascoste tra il pescato, consentirà loro di viaggiare e di incontrare altra gente e dare loro speranza e coraggio per continuare questa lotta; per continuare a costruire un’umanità più giusta e libera. Perché ci si può prendere cura di tutto un popolo anche attraverso le parole. Per questo scrivo. Per questo non mi arrenderò.
Dal vento al verbo del mare,
sguarnita d’orizzonte,
resti ancora il brillìo di speranza sulla riva delle sue labbra dense
dove apparve bello e vero, come un arrivo,
anche il mio nome dimenticato
Pace che incensi nella luce quest’umanità colma di rivoluzioni
improvvisa carezza
fiera quercia di bosco,
rondine di mare;
al culmine del giorno
splendida
come un roseo avvenire,
scardinaci ancora, dall’ombra alla Vita,
per fondarla nel reale una patria dove coesistere liberi.
Tegole rosse
sulla riva al mattino –
la luna in casa
La poesia impedisce all’anima d’obliarsi. Mentre vivo da rifugiato ovunque, ne cura la decadenza. Dentro le case vuote i pavimenti esplosi, cocci di quel che un tempo reggeva quadri, santi, fotografie, sogni. Tutta la vita che s’agita e s’acquieta e continua e s’adegua a un perimetro di pareti, s’è estinta o è emigrata altrove. Rimangono ruggini. Tramonti non condivisi. Un canovaccio steso e rinsecchito. Lembi di corteccia condotti dal vento su un letto di stracci. Graffiti. Ogni più stantia esalazione d’umana miseria. Retaggio di questa terra, nei ruderi il silenzio è un vuoto penetrante.
Senza dimora –
le dita e il pettirosso
sulla chitarra
E canto, fuggo, mastico radici e frutti, ogni moneta perduta che ritrovo mi avvicina al prossimo pasto; leggo libri dimenticati in stazione, perdo giorni e salute, prendo strade senza uscita e mi sento braccato e perduto. Foglia lieve in balia d’uragani. Ma sempre, sempre, esiste di te questo vago chiarore, un desiderio tattile nelle sere d’autunno che assalta, abbranca e scompare. E sono ricordi di un’armonia che mi dimora in petto e che mi aiuta a non svanire.
Che ci sia un domani di luce ancora per i tuoi occhi.
Calzo appena le prime ombre lunghe sul nuovo sentiero, chiudo il libro e torno al cielo: il tempo muta in fretta e inizia il furore della pioggia. Mi occorre un riparo ma mi ritrovo in aperta campagna. Temo di aver sconfinato in un territorio privato.
Che ci sia un domani di luce ancora per i tuoi occhi.
Mi ripeto come un mantra mentre, inseguito da una muta di cani da guardia, continuo a correre tra gli ortaggi e qualche tronco. Frana tutto. Cado e torno verticale. Altre ombre in fuga si aggiungono alla mia. La notte diviene un’intensa sarabanda di sirene, dialetti, urla e spari. Continuo una corsa illogica a perdifiato. Forse del fumo da un comignolo ed alte luci. Cambio direzione e provo a raggiungerlo. Credo di aver seminato la muta e allontanato le sirene, il fumo è più vicino ma la terra frana ancora…
«…crrr… ne abbiamo trovato un altro …crrr…»
«…crrr… parametri vitali? …crrr…»
Qualcuno mi ha cambiato scenario e stracci; il tè ristora come una carezza mentre osservo due uomini distinti raggiungermi e sedersi al mio stesso tavolo. La pioggia continua.
– Da quanto vive per la strada? –
– Due anni… due anni da quando… –
E racconto di te, del nostro paese in subbuglio e della tua salute sempre più cagionevole; di come ho dovuto svendere qualsiasi cosa in nostro possesso per arrivare fin qui e tentare di curarti. Di come lentamente si scivola nell’indifferenza di tutti che diventa invisibilità; un altro clochard al gelo. Un altro nome sulla lista. Un altro titolo da notiziario.
«… continuano gli arresti di massa degl’immigrati entrati illegalmente…»
– Cosa accadrà? –
Che tu sia preparato o meno ad accoglierle, una domanda può ricevere diverse risposte. La mia fu <<arresto, espulsione e rimpatrio>> poi divenne <<sarà accompagnato in un centro per rifugiati dove riceverà assistenza>> e infine <<ottenere asilo politico o un waiver per la permanenza sul suolo americano non sarà facile ma ci proveremo>>. Così per mesi compilo documenti e vedo allontanare altra gente; parlo di noi, tra uffici angusti ed udienze infinite, scrivo di noi mentre, come adesso, disteso in questo parco ad attendere la definitiva sentenza, mi stringo al ciondolo moneta della tua collana e continuo a resistere.
Nel vento che ci incontra
tra la costa e il frutteto,
lì ti sogno
...e sulle labbra di nuovo quell’infinito...
un’ultima resistenza di felicità.
Nota:
Nel contesto, per waiver si intende la cancellazione da parte di un giudice dell’immigrazione del procedimento di espulsione costrittiva.
«…un… dos… tres…»
«Forza Luis»
«Non ha speranze»
«In piedi ragazzo»
«Dai Luis, rialzati!»
«È finita»
«Guarda! Si muove»
«…siete… ocho… nueve…»
«LUIS!»
Ritrovo verticalità giusto in tempo per cancellare quel crescente senso di vittoria dagli occhi del mio avversario. Non sapevo nulla di tecniche d’attacco e difesa, di colpi da sferrare e da incassare; volevo semplicemente vivere in pace il mio tempo qui, a Pinar del Río, e aiutare abuelita nella sua cucina. Ma un mingherlino che sogna da gigante quante chance ha d’incidere e non lasciarsi travolgere? L’arbitro mi richiama al centro del ring.
«Nicolino, Luis! Ricordati di Nicolino!»
Ancora frastornato dalla sbracciata subita, riesco a fatica a sentire la voce del señor Felipe. Come mio nonno, è un fiero figlio di guajiros locali. D’istinto e ritrovati riflessi, ricordo ed eseguo mentre mi giunge una scarica spasmodica di jab e ganci al viso che riprendo ad evitare con eleganza e precisione; gesti rapidi e decisi: di testa e corpo. D’anima e scherno. Emulando Locche, divento entocable. Ed è proprio il desiderio di non essere più ferito, il principale motivo che da un lustro mi spinge ad indossare i guantoni biancorossi di tío Leandrino e a battermi, oggi, su questo quadrato allestito all’aperto ai confini d’una piantagione di tabacco nel cuore della Vueltabajo, e a garantirmi, adesso, la possibilità di contendere il titolo nazionale dei pesi paglia.
«Tornatene in Italia, bastardo meticcio»
Spesso, prima o dopo la scuola, un gruppo di coetanei aveva preso l’abitudine di gettarmi tra i rifiuti. Entrare nel Nuevo Gimnasio de Boxeo del señor Felipe mi ha aiutato a disciplinare rabbie e frustrazioni. E zittire mancanze e prepotenze.
«Abbassati e ondeggia… abbassati e ondeggia. Continua così, Luis! Continua così!»
Dell’Italia ricordo impressioni, la polvere e i sassi taglienti dei campetti improvvisati, la bellezza stordente di un vecchio Mandorlo nato e fiorito sulla curva di un sentiero; la notte dove conobbi, nel frastuono del mondo, il suono di pace del mare. E una cantilena: <<donna cavallo e re chi non scappa lupo è!>>. Giochi. Luoghi. Infanzie. Tempo disarmato e complice. Tempo che ora mi riporta al mio angolo a rifiatare.
– È tuo, Luiz! È tuo! Scivola e finiscilo con un colpo d’incontro. Forza! –
Mentre le parole del señor Felipe continuano a infondermi energia e lucidità, cerco tra la folla il volto di abuelita.
«Mijo… da Cuba c’è chi, con dolore, fugge e chi, a Cuba, per amore, rimane»
Quando, come un cattivo capitano, l’ago abbandonò la bussola lasciandoci disillusi e smarriti in un paesino del Meridione a cui sapevamo di non appartenere; casa dei nonni, a Pilar, divenne per me il luogo della gioia. Terra franca dai dispiaceri del giorno, conserva intatto il profumo selvatico di certe domeniche infinite, di chicharrón e majarete, di cronache radiofoniche improbabili inventate sul momento da tío Leandrino per celebrare i suoi trascorsi da pugile dilettante nella capitale. Lo sento ancora adesso, ancora dentro un tramonto, iniziando la quinta ripresa.
«…crrr… ennesimo assalto a vuoto per lo stremato cienfueguero …crrr… ah quel povero ragazzo non riuscirebbe più a centrare una vasca da bagno sotto il naso nemmeno con un pallone …crrr… il ballerino Luiz, invece, continua arzillo nella sua armonica difesa …crrr… ma eccolo che si prepara al contrattacco …crrr… ¡Ay Señor! Un altro gancio destro preciso sulla mascella …crrr… Pinar del Río avrà un nuovo campione!»
Note:
Abuelita: vezzeggiativo diminutivo di abuela, nonna.
Guajiros: contadini cubani.
Jab: nel linguaggio della boxe, il jab è un colpo diretto che a seconda di come viene portato può essere utilizzato come azione di disturbo, preparazione o risoluzione. L’Haymaker (sbracciata) subito da Luis ad inizio racconto è invece un colpo non regolamentare, da rissa in strada.
Nicolino: Nicolino Locche (1939-2005) è stato un pugile italo-argentino campione del mondo dal 1968 al 1972 nella categoria pesi welter junior. Nel 2003 è stato introdotto nella International Boxing Hall of Fame vantando un record di 117 vittorie (di cui 14 per KO) e solamente 4 sconfitte su 136 incontri disputati. Il suo leggendario stile difensivo e la straordinaria capacità di schivare sequenze di colpi ravvicinati con gesti minimi e rapidi, gli valse l’epiteto di Intoccabile.
Vueltabajo: regione più occidentale di Cuba, tra le cinque principali dell’industria di tabacchi dell’isola.
Pesi paglia: nel pugilato professionistico moderno, è la categoria di peso più piccola (max 47,627 kg).
Mijo: abbreviativo colloquiale di “mi hijo”, figlio mio.
Chicharrón e majarete: sono due specialità tipiche della cucina cubana, rispettivamente un secondo piatto di cotica di maiale fritta e un dolce freddo di mais macinato, latte, zucchero e cannella.
Cienfueguero: cittadino di Cienfuegos, la Perla del Sur.
La casa d’infanzia ha ormai smarrito tutti i suoi clamori di un tempo e t’offre soltanto un silenzio stantio e insostenibile. Cerco della musica, trovo un mangianastri con una musicassetta sospesa.
Se pensate di essere persone pazienti ma non avete vissuto gli anni delle registrazioni dalle radio, beh, mi spiace per voi ma non potete vantarvene a fondo.
Guidato da un frusciante assolo, cambio stanza.
Nei cassetti della macchina da cucire a pedali – da un quarto di secolo ferma di ruggine e maestrie – ritrovo ancora quell’insolito tesoro di bottoni: legno, corozo, avorio, osso e madreperla. Rapido come un bucaniere caraibico, me ne empio un palmo mirandone ammaliato foggia, dimensioni e cromie. Incontenibili, do vita ad una piccola cascata sonora. Sparso sul pavimento, il mio tesoro dei cinque anni mi risveglia nel petto un’emozione perduta.
Che destino curioso hanno le cose. Stanno lì, le guardi, ti sopravvivono. Un attimo prima ti sono del tutto insignificanti poi, per gesto o perdita di chi ne ha fruito, ti diventano insostituibili; così cari e inestimabili da rendersi eterni portali a luoghi e momenti da rivivere.
Filtrata appena dalle consunte tendine, la luce mi svela un altro forziere. Finemente intagliata, la viola del pensiero impreziosisce ancora questa minuta scatola portaoggetti. Ne estraggo ricordi: un ditale, un fascio di lettere manoscritte e una vera d’oro.
Cinquant’anni di fedeltà ad una promessa sono un capolavoro di cura e dedizione.
Esco.
I tramonti sul vecchio porto, a volte, sono forieri di insoliti doni.
– Sei tornato –
Spiegare le proprie scelte alle vecchie generazioni risulta spesso una pura futilità. Piuttosto… perché è così difficile perdonarsi tra adulti?
Immobile e commosso, osservo quel che rimane del nonno indugiare sul mio volto per poi, arcuandosi come un ramo centenario, tornare al suo rammendo di reti e nasse.
– Hai già cenato? –
Dimentico della sua voluta sordità, mi ripeto a vuoto senza avvicinarmi.
– Non indosserò mai quegli aggeggi. Se la tecnologia servisse a qualcosa di buono tua nonna sarebbe ancora con noi. E poi, alla mia età, non sentire, per il novanta percento delle stronzate che partorite, è un gran vantaggio –
Come “la bella Lia”, quell’uomo continua imperterrito a sfasciarsi lentamente in darsena.
– Dai… rientriamo. Ti preparo qualcosa –
Ho vissuto troppo a lungo tra anime armate contro la sorte. Ora, lontano dal clamore, sto ricominciando a rallentare. Evacuata da qualche fronte, questa città mi ricorda. Dentro, lontano dal disamore, sto imparando a rinascere. E sono già bambino, tra braccia amate e sguardi compiaciuti. Ripulito dalla polvere dei giochi, la nonna mi riapre le gioie della sua cucina. Un albero, una sedia, gocce d’olio e d’aceto, olive nere in fuga, pomodori come soli minimi e tramontati; un largo sorriso di basilico. Fragranze che si espandono sui franti muri del giardino e portano per la strada una nuova gioventù.
– Perché sei tornato? –
– Voglio prendermi cura del sogno della nonna e riaprire l’osteria –
– Qui? –
Certe risate feriscono più di insulti.
– Tutti questi anni in marina devono averti annacquato il cervello, figliolo. Qui non c’è più nulla per cui valga la pena alzarsi al mattino –
– Ma ti alzi comunque, nonno. Le guerre finiscono e ricominciano altrove. Ma per mangiare un buon pasto la gente si sposta; il tempo si trova. Andrà bene. Assaggia…-
Il ricordo, nella mia cucina, disciplina gestualità tramandate a inciampi e sorrisi consacrando i volti di ieri incisi in un cuore che tenta di darsi ancora un senso nell'oggi.
Un ultimo sorso di vino e il nonn0 svanisce oltre la soglia.
Scintilla di complicità, una gioia profonda torna sempre a colmarci, ad ogni pasto, per una tavola domenicale da compartire.
Mentre si avvicina l’inverno, il calore dell’acqua abbraccia mani e stoviglie.
La nonna mi sorride dalle pareti. Sotto il ritratto, appeso ed esposto come un trofeo, gli occhi accarezzano fieri il ricamo sul suo grembiule rinsaldando ciò che gli eventi non hanno leso; la prima verità che mi guida: Cucinare fa bene alla Felicità!
Racconto radiofonico a due voci,
trasmesso dalla Nova Stars il giorno di San Nicola.
Speakers: Riven & June
Notte lenta, sul mare senz’astri. Notte di lampare, fatiche e attese. Uno scoppio turba il cielo.
Perdo quota manovrabilità e riferimenti. La rotta, adesso, è un ammaraggio miracoloso.
Lo strepito la fiamma l’impatto. D’istinto cambio manovra. Separando il mio gozzo dalla battuta di pesca, mi dirigo verso quella rossa ferraglia semi-emersa sull’acqua fredda e scura.
Mi risveglio dentro occhi che mi scrutano. Sono viva! E il biplano? Non riesco ad alzarmi.
Schiuse per darsi voce, le labbra della donna riprendono una tenue sfumatura rosa. «Sei al sicuro».
Per cielo un viso che riconosco. «Papà‽».
«Bentornata a casa, Ḥanīn».
«Non è più la mia casa».
«E da quando?».
«Da quando hai smesso di cercare la mamma!».
«Non ti agitare, tesoro mio. Sei ancora debole...».
«Devo tornare al biplano».
«Si sarà inabissato».
«NO! Il medaglione!».
«Quale medaglione?».
«È la nostra speranza. E proviene dall’Oriente! L’ho trovato ieri perlustrando la costa, nel tratto di mare dove la mamma...».
«Amira è scomparsa da troppi giorni, Ḥanīn. Dobbiamo voltare pagina».
«Non volterò pagina, papà. Non prima di aver trovato risposte. Con o senza il tuo aiuto».
«Ḥanīn... Aspetta! Ti aiuterò. Ma la zona è protetta. Ci vorranno dei favori e un piano per avvicinarci al biplano e recuperare il manufatto».
«Rispolvera l’attrezzatura, papà. La Riserva ci attende».
Il gozzo si arresta a qualche miglio dal punto di impatto del biplano.
«Le autorità stanno già provando a recuperarlo».
«Per questo agiremo col favore della notte. Anche se sarà più rischioso».
I fasci luminosi delle torce fendono la fredda oscurità del mare.
Avanzando in quel sentiero luminescente, la nostra azione subacquea è rapida e fruttuosa.
Eccolo! Incagliato sull’elica, il medaglione luccica colpito dalla luce. Ma... cosa...?
Un altro bagliore, più in profondità, cattura la mia attenzione. Mi distacco da Ḥanīn per raggiungere una particolare parete di roccia calcarea.
Papà deve aver trovato qualcosa. Sta indicando la parete... Un crocus inciso? Oh... aspetta! È identico a quello sul medaglione. Proviamo...
Premuto sull’incisione, il suo rovescio aziona un antico meccanismo. La parete, adesso, ci apre un varco improvviso.
Come se la roccia esalasse un profondo respiro, l’acqua si ritrae formando una quieta laguna. Riemersi, una camera d’aria naturale ci accoglie.
Tutt’intorno: vasi colmi di spezie, ampolle con semi di piante estinte, monete e manoscritti avvolti. «Le carte nautiche di Amira!».
«Mamma è viva, papà. Ed è stata qui. Guarda...».
Protetta dalla pelle di un diario di bordo del XV secolo, la grafia di mia moglie spazza dalla mente ogni dubbio e la disperazione dal cuore.
«Miei amati. Ho trovato la via. Le mappe mancanti conducono all’isola di Banda. Nulla di ciò che avete trovato qui va spostato o perderebbe la sua funzione. Una miscela di zafferano e sale marino protegge questi portolani. Sfruttando il microclima della grotta e la sua bioluminescenza, la carta ricorda. E l’antica Rotta delle Spezie rivela i suoi tracciati segreti, quelli che i nostri avi hanno protetto in questa prima cripta, per custodirne la memoria. Fate presto e partiremo insieme. Un tesoro più grande merita di essere restituito. Il medaglione vi guiderà ancora. La microincisione sull’esergo vi darà un chiodo di garofano. Usatelo nella fessura dietro le ampolle. Tornerete in superficie. Se siete riusciti a perdonarmi, raggiungetemi lì. Io aspetterò».
Note:
Lampara: tecnica di pesca notturna che utilizza grandi luci, dette lampare, per attirare i pesci.
Gozzo: piccola barca tradizionale siciliana, spesso usata come supporto alle imbarcazioni principali che portano le lampare.
Ḥanīn: parola e nome femminile di origine araba (حنين) non traducibile. Indica profondi sentimenti di affetto, nostalgia, tenerezza.
Riserva: la Riserva Naturale dello Zingaro è un’area protetta lungo la costa nord-occidentale della Sicilia, caratterizzata da calette, scogliere e fondali marini incontaminati. La riserva è famosa per la biodiversità terrestre e marina e per le grotte naturali, alcune delle quali accessibili solo via mare.
Crocus: pianta da cui si ricava lo zafferano.
Banda: nota come “l’isola delle spezie” per la produzione di noce moscata, macis e chiodi di garofano. Le rotte commerciali europee verso l’Indonesia (Banda, Giava e le Molucche) furono fondamentali tra il XV e il XVI secolo per il commercio di spezie, monete e manufatti esotici.
Portolani: carte nautiche medievali utilizzate tra il XIII e il XVI secolo, raffiguranti coste, porti e rotte di navigazione. Spesso erano arricchite da annotazioni pratiche per i marinai.
Bioluminescenza: fenomeno naturale in cui alcuni organismi viventi emettono luce.
Mentre preparo il corpo, la mente scivola lungo le frastagliate scogliere della memoria. E torno al bacio fuggito con la sua bocca.
Chi ero al tempo di quella felicità non mi somiglia più. Non riconosco neppure il colore dei miei occhi. Questo specchio sa come mentirmi.
– Candice... cinque minuti, cara –
L'illuminante completa l'ennesima trasformazione. Ma la mano trema sul foglio. Mio figlio mi ha inviato una lettera. La adagio. Respiro.
– Candice... due minuti! –
Riprendo.
"Sono a Londra con la nonna. Qui il Natale sembra magico. Mamma dice che ti travesti ancora. Mi manchi, papà. Un giorno mi spiegherai quest'arte? Ti voglio bene"
– Candice... –
Le strip LED del palco ledono ogni cosa che mi lega al giorno.
Essere me stesso significa accettare il dolore di non essere compreso. Ma essere me stesso, fino in fondo, significa amarsi con rispetto e mostrarsi vero.
– Well, well! Signore... signori... per la prima volta qui al... –
–...Daaarllllllliiing... –
– Temprata dalle acciaierie di Sheffield… dove il grigiore dei giorni penetra il cuore e lo spegne… ecco a Voi un’altra regina: la dimostrazione tangibile che la forza di restare autentici prevale, liberando una vitalità nuova e impareggiabile. Lasciatevi conquistare da chi ha abbracciato il coraggio di cambiare le regole del proprio gioco e sfidarsi a non tradirsi. Lasciatevi travolgere da tutta l'esuberante poesia di...–
–… Caaandiiice! –
Dall'ombra alla luce esplosa, torno a danzare per una ragione. A cantare per non svanire.
Note:
Strip LED: sistemi di illuminazione a diodi luminosi, tipici dei palchi contemporanei. La loro luce netta e artificiale segna il confine simbolico tra identità quotidiana e identità performativa, cancellando il giorno per permettere la rivelazione scenica dove l’identità non si nasconde ma si rivela.
Sheffield: città dell’Inghilterra settentrionale storicamente legata all’industria siderurgica. Nell’immaginario collettivo rappresenta una durezza operaia e un grigiore urbano che qui diventano metafora di un passato temprante ma emotivamente repressivo, da cui nasce la forza dell’autenticità di Candice.
L’odore di lei mi riempiva. Promessa, rimpianto, desiderio. Quel tono sussurrato con cui mi seduceva l’anima accendeva l’urgenza di sentirne il corpo sotto le dita. La sua bocca si era fermata a millimetri dal mio collo e il calore del respiro mi attraversava la pelle; nessun contatto, non ancora, solo una carica magnetica crescente e inesorabile.
Avevo amato quel gioco per intere notti, ma il sesso senza pienezza emotiva è solo un’altra curva che riporta alla stessa, squallida solitudine. Per la prima volta, anche con lei, lo avvertivo distintamente.
Vezzo d’artista, cercavo il mare nei respiri del vento prima di alzarmi, prima di dichiarare la mia presenza al mondo. Intanto la brezza gonfiava la tenda che separava la cabina di guida dal nostro talamo e il gatto vi giocava, curioso e libero da tutte quelle assurdità umane. Lo avevamo salvato dal gelo di un vicolo e chiamato Cuba: anima resiliente, era il nome adatto.
Sul letto, come pianeti sopravvissuti a una collisione, Martina si allontanò dal mio petto. Segnale inequivocabile della resa al nuovo mattino. La guardai rivestirsi, assonnata e sfatta, senza curarsi se fossi ancora il compagno di viaggio o già l’eco di un addio.
La piccola margherita, colta il giorno prima e rimasta inerme nel passante dei miei jeans, aveva di certo vissuto altre azzurrità.
Da quando i nostri anni avevano iniziato a sgretolarsi?
“Living life in a van” era sempre stato il nostro sogno, ricordi? Lo era ancora? Ripiegando la brochure, rimasi ancorato a una risposta intima. Poi, l’olfatto venne aggredito con violenza. Caffè? E del pane bruciato. Fantastico! Era tempo di ricomporsi per una luculliana colazione.
La cucina era un prato d’inverno: assolato e invaso dal fumo. Martina stava lì. Immobile, in attesa, come certe verità che non si trova più il coraggio di dirsi o come la carcassa di un tostapane che va in cortocircuito e si arrende.
Pensai di forzare un confronto ma lasciai che nulla accadesse. Nessun duello, nessuna lite. Parole semplici. Lei accese una candela, io la chitarra. Qualche stella più ad Est sarebbe stata la prossima meta. Avremmo ballato con Cuba dentro un nuovo tramonto e sentito il mare imboccando un'altra svolta dentro la tempesta. E lì saremmo rimasti a resistere, su pali fragili, come trabocchi, finché uno di noi avrebbe smesso di crederci.
Nota:
Trabocchi: Antiche macchine da pesca su palafitta tipiche della costa adriatica (Abruzzo e Molise), realizzate in legno e dotate di lunghi bracci per calare le reti. Nati per pescare da terra senza affrontare il mare aperto, oggi sono spesso tutelati come monumenti storici.
Iracondo barbuto, quell’uomo che parve catapultato fuori da un controverso romanzo di Zola, mi venne ciecamente incontro inseguendo il suo logoro cappello di feltro. L’inevitabile colluttazione causò a entrambi la perdita di oggetti. Ci rialzammo raccogliendo un biglietto ciascuno per la mostra sui Maestri della luce.
Alle nostre spalle, l’Istituto d’Arte accoglieva già i nuovi visitatori.
Prima che potessimo ingiuriarci a vicenda, il feltro rallentò, fece un inchino di commiato, quindi deviò la sua corsa, balzando di nuca in nuca e scomparendo oltre le porte del museo.
«Fa sempre così tutte le volte che devo rattopparlo».
Senza esitare, l’uomo mi voltò le spalle e si mise a correre. Il ticket, ancora stretto nel pugno, e le mie chiavi, maldestramente appese a una tasca del suo cappotto, mi costrinsero a seguirlo.
All’interno, quel cappellaccio parve aspettarci. Rianimato, filava tra le scolaresche, zigzagando fra i bastoni per i selfie come uno sciatore provetto. Facendoci largo tra gli studenti, incrociammo lo sguardo di un custode che aveva visto fin troppi lunedì per lasciarsi coinvolgere in quell’insolito inseguimento.
Sospinto da un vento impercettibile, il curioso copricapo ci condusse a ridosso della Spiaggia a Sainte-Adresse.
«Vuole tornare a casa», proruppe l’uomo rubicondo, sporgendosi per afferrarlo e mancandone miseramente la presa.
Nel tentativo di contenerne la caduta precipitammo tutti dentro il dipinto.
Tocchi di bianco, lucenti, ci guidarono tra figure immobili.
«Le barche!» s’infiammò l’individuo, liberandosi del pesante cappotto e rivelando una corporatura più snella ed agile. L’ampio gesto sganciò le mie chiavi che, dopo una capriola maldestra, mi tornarono in tasca.
«Si sbrighi. Ne scelga una seguendo il suo umore. Le prenderemo in prestito. E anche questo!». Con gesto deciso strappò il cannocchiale dalle mani del borghese in disparte e salì su una scialuppa ombrosa.
Un azzurro materico ci sospingeva verso il largo.
«Come faremo a manovrarle?»
Quasi ci urtammo per schivare un veliero, prima che mi accorgessi dei remi.
«Mantenga la rotta. E stia attento: siamo dentro una regata!».
Il cappello fluttuava a mezz'aria, distanziandoci di qualche miglio. La sua sagoma ci guidava come una stella, nell’eco del campanile.
Quasi raggiunto, scattò alterando la sua traiettoria.
La luce mutò. I velieri si moltiplicarono.
«Lì! Sulla terrazza».
Una figura femminile sembrò salutarci a ridosso della balaustra. Il feltro sostava ora sul capo dell’uomo al suo fianco.
«Attento!».
Scivolai in una zona cromatica depressa e la mia barca perse consistenza.
«Si aggrappi! Svelto!».
Un’onda e un remo proteso mi sottrassero all’acqua.
«Grazie! Ma è ancora in debito di parecchie spiegazioni».
«Non abbiamo tempo per queste quisquilie. Non sono io il narratore, qui».
Il cappello tornò a scivolare nel cielo, come la nostra imbarcazione sul mare virgolato.
Remai verso Le Havre, segretamente entusiasta di quell’atmosfera punteggiata e vibrante.
Ciò che amo dell’Impressionismo è questa ereditata serenità in contemplazione: molecole che compongono ancora il mio senso del bello e del reale; di quell’intuire l’oggi per un divenire più certo e nitido. Una narrazione per cromature e sussulti. Un idillio di luce e vastità, da cui attingere ebbrezze condivisibili.
«Parbleu!»
Il cappello planò docile sulla testa dell’uomo barbuto. Dopo averlo sistemato, una nebbia azzurra, sulfurea, prese ad avvolgerci. Stavamo assistendo alla nascita di un nuovo giorno.
Incredulo, sentii una spinta poderosa alle spalle. L’uomo mi sbalzò fuori bordo, ma non fu il mare ad attutire la caduta, bensì il lucido pavimento del museo. Non avevo mai visto quella sala e riconobbi ben poco di ciò che mi circondava. Quieto e inanimato, il Monet che legge di Renoir mi restituì un’ultima volta la vista del cappello.
Stordito, fui accompagnato all’esterno.
Il Musée Marmottan mi apparve allora nitido e sontuoso.
«Parigi‽»
Voltandomi, un nuovo urto mi travolse e un libro di terza mano mi cadde fra le braccia. Sulla copertina, l’uomo barbuto col cappello di feltro restava a fissarmi, tronfio.
Una mano si prodigò a rialzarmi.
«Marì‽»
Note:
In quest’avventura meta-narrativa, il racconto, sfruttando elementi di realismo magico e slapstick, consente ai personaggi e al lettore di compiere due viaggi simultanei: uno interno ai quadri, l’altro all’esterno. Il primo parte dalla spiaggia di Sainte-Adresse (comune nel dipartimento della Senna Marittima, in Normandia) e si conclude raggiungendo il vicino porto di Le Havre, in un continuo movimento pittorico, guidato dalla luce e dal mare, coerente con la geografia fisica dei luoghi dipinti da Monet. Nel secondo, invece, i personaggi attraversano i musei che oggi custodiscono quelle opere — Chicago, New York, Parigi — seguendo un itinerario contemporaneo che rispecchia, in parallelo, il viaggio immaginario compiuto dentro le tele. Le due traiettorie coincidono senza mai sovrapporsi del tutto: una si muove nello spazio dell’arte, l’altra nel mondo reale. La soglia tra le due resta sempre mobile. I quadri diventano mondi sospesi in cui è possibile sperimentare la luce, il colore e la magia dell’Impressionismo.
Romanzo: É. Zola, L’Œuvre (1886).
I
“Il sesso è una promessa di parole detonate a gesti e incontri: d’occhi e dita esploranti, d’aromi caldi e lingue; di labbra silenti ma intense. E di voglie: viaggi a confarsi – instancabili! – dell’oppiacea geografia del suo corpo. Amarsi così, sedimenta ebbrezze eterne”.
Valeria adagiò il libro sul tavolino adiacente e si ricompose, supina sull’amaca, lasciandosi cullare dal vento.
Tornata, anche l’estate prometteva incontri e sorprese.
Sognante, nella sua bianca guêpière, osservava un biplano sorvolare gli chalet mentre le dita percorrevano un sentiero d’aria e carne per esplorare altre profondità oltre il pizzo dell’intimo.
Inebriata s’incamminò verso il pontile.
Distesasi, il suo naturale tepore si frappose con dolcezza alla freschezza delle assi lignee. Una diffusa sensazione di benessere la colse. Come, improvviso, un meraviglioso temporale: delicato e lungo; acqua minuta e fitta.
Sulla sua pelle esposta a quell’ebbrezza, ogni goccia divenne un bacio inaspettato ed esaltante.
Sessuale, l’acqua le carezzava i seni come un rivo due scogli emersi.
Ogni zona erogena del suo corpo esperì stimolazioni inattese ed appaganti. Sul clitoride, velato dall’intimo, le sue dita indugiavano un contatto intensificato e stordente. Ninfee diurne, le labbra le si schiusero a gemere. In fuga coi sensi, il suo corpo si contrasse ancora. Arcuata verso il cielo non contenne oltre quell’inafferrabile forza che, esclusiva, le scatenava uragani. Un vivere totale e assoluto.
Le variopinte sfumature del tramonto le filtrarono fra i capelli aspersi mentre, con rasserenata cadenza, riedeva sull’uscio.
Raccolto, il libro diffuse anch’esso il suo godimento d’acqua e inchiostro. Valeria sorrise e si voltò, appena in tempo, per scorgere, dalla finestra dello chalet di fronte, la mia tendina richiudersi.
Estasiata da quel sogno, disiai d’incontrarla altrove, come irrinunciabile attimo d’estasi da esistere, nel cuore fervente di quell’estate.
II
“C’è un connubio fatale e perfetto
fra una fragola umida di labbra
e un buon rosso del Sud”.
Valeria guidava scalza, un paio di high heels di velluto cangiante brillavano al suo fianco come passeggeri in attesa. Sebbene il suo nuovo ruolo di agente letteraria avesse eclissato gli anni da modella; invitarla a posare, qui a Lerum, nella mia bottega d’arte, aveva entusiasmato tutti.
L’annuale workshop di nudo artistico riuniva talenti da ogni dove, attratti da un’atmosfera vitale e raccolta: un cammino intimo a cogliere l’attimo della luce sulle forme.
– Kayla! Che incanto. –
L’energia erotica del suo corpo inebriava.
– Seguimi. È tutto pronto. Ti aspettano. –
Posti a semicerchio (quasi fossero una tiara d’occhi a impreziosirne la voluttà), gli artisti iniziarono a contemplarla. A drappeggio, il velo su cui Valeria s’adagiò era d’innesco a penombre complesse e ricercate.
Per scaldarci, suggerii una serie di gesti e pose brevi; poi lapis, carboncini e sanguigne presero arbitrariamente a catturarne quella sensualità: ognuno col proprio estro; ognuno con la propria maestria.
Trascorsa l’ora, la sessione si concluse in un bailamme di abbracci, plausi e addii.
Sole, nell’improvviso silenzio dell’aula, ci sorridemmo amabili.
– Grazie. –
L’erotico, nel bacio, ha sublimazione.
Come una china, l’indice di Valeria rimarcò il contorno della mia bocca. La strinsi con maggior ardore e dolcezza. I suoi occhi – azzurrità note unicamente agli aviatori più eccelsi – sfociarono scintillando nell’estuario oscuro dei miei, mentre continuavo a trattenerla con palmi pieni e sicuri. A movimenti unisoni, le bocche si scambiarono tenerezze e carnalità: ambrosie da suggere fin sul limine dell’acquiescenza. E morbide, le labbra indugiarono su quel dialogo di silenzi e contatti. Avamposti del desiderio, orchestravano malie.
– Tornerai a Göteborg? –
– Domani… –
Sorridersi senza schiudere le braccia e salutarsi. Un bacio sul collo esposto e una carezza a bocca chiusa.
– Abbiamo tempo –
Per un brindisi di vita condivisa.
III
“Finché avrò giorni per amarti, ti racconterò
questo desiderio di complicità e seduzione che,
alla tua, la mia bocca non sa tacere”.
Valeria interruppe la lettura perdendo la presa della lettera.
– Kayla… –
***
Labbra inaspettate. Bacio. Un reciproco frugarsi di mani. Corpi in attesa. Delirio. Sabbia. Blues. Delirio. Acqua. Un reciproco frugarsi il sesso. Delirio. Spuma. Il suo corpo in fuga controllata da seguire. Serpentina tra la gente. Ancora musica blues, insperata e dal vivo. I suoi occhi perduti e ritrovati. Gente. Salsedine e assi di legno. Marea. Tra la gente, i suoi occhi perduti e ritrovati. Ancora il suo corpo. Labbra inaspettate. Bacio. Blues infinito e batteria a riscrivere accordi e genere. Spalle urtate nella serpentina. Birra versata. Chitarra e voce. Barista, insolitamente tranquillo. Ancora labbra inattese. La sua voce ad interrompere la stasi del barman e stuzzicarne il desiderio. Mani. Una chiave. Pugno a stringerla e altra folla. Altro bacio in corsa. Una porta. La chiave sul palmo libero. La serratura che scatta. Abbrivi. Una luce languida e una spinta ad entrare. Porta aperta e porta chiusa. E luce che si scalda. Poi c’è solo il suo corpo e il sesso: umido e abissale. La sua voce che si frantuma e la calma ch’invade a corrompere i sensi. È un tango viscerale ch’innalza. E sono naufragi nell’idillio della felicità.
Flashback del nostro primo incontro iniziavano a sedurre i suoi pensieri. Dovevamo rivederci. Presto. E pretendere di più, per amarci, di una singola stagione all’anno. Strinse gli occhi. Trattenne il respiro. Acuì i sensi. Ora riusciva a sentirla. Quella quiete profonda, infusa da braccia amanti, riaffiorava ancora per corroborarne la scelta. La lettera l’avevo spedita dall’Italia e lì, quella sensazione di desiderio e calma crescente, l’avrebbe condotta. E se Göteborg, da un oblò, ha bagliori di un sogno; Milano, dal cielo, è pioggia e vastità di mondi. Una cornucopia distesa d’idee, guizzi e fragilità. E di parole e inchiostro versati per lei da questa donna che non poteva dimenticarla.
Sapersi desiderata in quel modo fomentava i suoi passi a raggiungermi.
Incontrarsi è un attimo che illumina o lascia indifferenti. Farlo, inseguendosi di sguardi tra bolle di sapone e dandelion, ammalia.
– Non rimarrai, vero? –
Con anni di ritardo, Valeria avrebbe spazzato via quella domanda con un sorriso e una promessa nuova.
“Finché avrò giorni per amarti, ti racconterò
questo desiderio di complicità e seduzione che,
alla tua, la mia bocca non sa tacere”.
Ora, nel silenzio confortante del taxi che stava per condurla sulla soglia del mio appartamento, quelle parole la avvolgevano orchestrandone il respiro.
– Kayla! –
Ritrovarci, con un sorriso e un brivido vero di pelle amata e accolta, le sancì dentro l’ultima certezza che aspettava.
– Viverti –
“Coi battiti all’unisono,
l’erotismo dischiude agli amanti il senso pieno di sé.
La sola età, complice, che squaderna ebbrezze”.
Note:
Begär: termine svedese traducibile come "desiderio" o "brama", rappresenta la ricerca di un legame profondo, alimentato da una passione intensa e irriducibile. Derivato dal verbo svedese "begära", che significa "richiedere" o "domandare", il vocabolo assume una connotazione emotiva di desiderio, spesso legato a una tensione sensuale e intima. La parola evoca non solo la forza del desiderio, ma anche l'inquietudine e la bellezza di un amore che si svela lentamente.
Lerum: cittadina di circa 20.000 abitanti situata ad est di Göteborg (la seconda città più grande della Svezia), immersa tra boschi e laghi.
Vai alla sezione FUMETTO per scoprire la versione illustrata del primo capitolo.
La vecchia biblioteca comunale. Sta lì, vandalizzata e in rovina. Che scempio. Una fioca luce tremola dietro il vetro scheggiato della sala principale.
Il cuore di questo posto forse vive ancora.
Provo ad entrare.
Il benvenuto è un cigolio stridulo di porta, un lamento che ricorda le mie ossa al mattino. Nessuno in vista. La lampadina oscilla come il giorno all'esterno, alternando ombre profonde a lampi improvvisi. Inizia a piovere. Rimango fermo, a fissare ragnatele e polvere, più spesse di certe coscienze.
Pensavo che i libri offrissero un rifugio all’anima piuttosto che al corpo. Mi sbagliavo. Sulla base di una delle librerie, semicelato tra alcune riviste che lo avvolgono, un gatto tigrato mi scruta. La guancia è sorretta da un tomo; gli artigli all'erta.
– Lui è Ernest –
La voce entra nella stanza come un fragore.
– Gli piace appisolarsi tra i racconti di Hemingway –
Il gatto sbadiglia e torna ai suoi verdi sogni di savana. Il ragazzo, invece, si apparecchia la cena sul bancone centrale: una zuppa annacquata, del pane che ha smesso di contare i suoi giorni.
– Cosa cerchi? Siamo chiusi a quest'ora –
La sua risata riempie la stanza, leggera e rassicurante.
Sto immobile, in una curiosa stasi. Tutto, all’interno della biblioteca, vive un’esistenza propria: invisibile e silenziosa.
– Sono già stato qui. Insegnavo ai ragazzi come te a non arrendersi… –
Passo in rassegna alcuni libri, sfiorandoli appena. Ernest torna ad osservarmi, incuriosito, mentre mi avvicino.
– … ma alla fine sono stato io a farlo –
Il ragazzo non replica. Soffia sulla zuppa, mastica a fatica un tozzo ammollato annuendo appena. Il gatto salta giù dalla libreria. Perfetto. Nessun movimento fuori posto. Padrone assoluto di sé e dello spazio intorno, mi concede una carezza sulla nuca, poi ondeggia via, distratto da altre forme.
Le dita indugiano su un volume consumato. Una ragazza. Un uomo. La Legione Straniera per dimenticare.
Prendo il libro sottobraccio.
– Segnalo. Tornerò a restituirlo –
Quando mi avvio verso l’uscita, il temporale è più clemente.
Mi volto un momento. Il ragazzo rialza lo sguardo.
– Come ti chiami? –
– Nessuno –
Il cigolio della porta mi accompagna ancora.
Fuori è già notte.
Dentro torna ad accendersi una luce che non trema.
Cosa rimane con me
• Una barca a vela: più intima di certi parenti
• Acqua: piovana e serbatoio a tre quarti
• Cibo: tè, ultimi grani di cous cous, scatolame vario — tonno, sardine, legumi. Gallette. Frutta secca. Qualche biscotto conserva ancora i morsi delle mie ansie notturne
• Vento: un otre spesso sfuggito al controllo
• Mani: tagli e calli permettono al sogno di proseguire
• Corpo: una radio accesa…
• Occhi: bussole di un tempo che non torna ma innova i suoi orizzonti
• Il silenzio, che in mare non è mai muto: scricchiola, sbatte, respira, si rivolta, sfida, accompagna
• La rotta: tracciata con una sicurezza che avrei voluto avere in altre occasioni
• Un pensiero ricorrente: solitudine, affatica o affina?
• Pilota automatico: fuggito via in un tango con la focosa tempesta
• La paura: imballata male, pronta ad esplodere quando meno serve
• La consapevolezza di poter fallire: senza cancellare ciò che emotivamente resta. indelebile
• L’eco di ciò che considerai famiglia ma smarrì bussola e piani
• La sensazione, lontano da ogni mappa, di essere esattamente dove devo essere
Alta marea emotiva.
Scoppio di petardo nel vicolo.
Ultimi chorus dall’armonica.
Fine anno.
Nota:
Chorus: nel jazz indica una singola ripetizione completa della struttura armonica di un brano, spesso usata come unità di misura per l’improvvisazione.
Piatti sporchi da tre giorni che fanno arredamento.
La ricetta riuscita a metà, buona per fame.
Una pila di tomi minacciosi e un calzino spaiato come segnalibro.
Mappe riemerse dai cassetti di un sogno recluso.
Scarpe che non hanno più incontrato strade, ma polvere d’aula.
Appuntamenti persi. Incontri mancati. Esami disattesi.
Un mazzo di carte orfano di Re, fuggito tra i denti di un gatto.
Telefonate a casa interrotte.
Tazze sbeccate che continuano a servire caffè e una ragione per non mollare.
Messaggi cancellati, memorie protette.
Voci di amici perse tra i tram di città.
Occhiali sporchi e pensieri lucidi.
Le camice appese sognano un tocco materno per dimenticare pieghe profonde.
Gli occhi stanchi anelano un cielo più limpido dopo la pioggia.
Un teatro d’ombre si anima sui muri della stanza.
Una rossa triplo malto ondeggia nel bicchiere.
Soffio su uno spinello. È di nuovo novembre e ho finito le candeline.
Una nuova canzone mi abita la testa e tornerò a riscattare la chitarra.
Domani.
Domani.
Domani…
In un tempo non troppo remoto da essere dimenticato, una giovane donna di nome Rin viveva col padre, Jin Tsu, un falegname dal cuore gentile e dalle mani pazienti, in una casa costruita tra alberi secolari. Intorno, piccoli ponti univano le rigogliose sponde di un ruscello placido e lucente, mentre il villaggio prosperava sereno.
Ogni inverno, l’uomo scolpiva bamboline di legno, chiamate kokeshi, che donava alla figlia e ai meno fortunati di tutta la prefettura.
Con l’arrivo della nuova primavera, la ragazza entrò inquieta nella bottega paterna per annunciare la sua imminente partenza.
«Ho accettato il lavoro, padre. Devo andare», disse, con voce ferma e cuore in tumulto.
L’uomo si rabbuiò e pensò di dissuaderla, ma tacque. Poi, come animato da un pensiero felice, si alzò, raggiunse una piccola credenza a traliccio e ne trasse la bambola più bella che avesse mai realizzato.
«Rin… aspetta. Porta almeno questa con te. Ti guiderà», dichiarò, porgendole la kokeshi donata alla moglie in occasione del suo ultimo compleanno.
La figlia, con un’inaspettata rabbia, la strinse per un istante tra le dita.
«Sono stanca di questo posto, di questi ricordi… e di questi oggetti!» esclamò, allentando la presa.
Con un tonfo sordo, il pezzo d’acero finemente decorato cadde e si ruppe sul pavimento.
Un profondo silenzio riempì la stanza.
«La kokeshi di tua madre… come hai potuto…» sussurrò Jin Tsu, incredulo.
Abbassando lo sguardo, il cuore greve e confuso, Rin si voltò per andarsene.
«Addio, padre» sentenziò, uscendo.
Rimasto solo, l’uomo indugiò a lungo con le dita sospese sopra i frammenti prima di raccoglierli. Le crepe profonde brillavano nella luce. Ripuliti, li dispose sul tavolo da lavoro. E per un lungo anno se ne dimenticò.
Senza mai smettere di credere che il legame con la figlia potesse essere ricomposto, cercò un modo per non disperdersi del tutto: ritornando ad accarezzare quei cocci, capì.
Laborioso e paziente, nonostante il tremore alle mani, come un filo invisibile che li avrebbe tenuti uniti, Jin Tsu riprese a scolpire nuove bamboline, nascondendo in ciascuna un piccolo segreto.
Con stupore, Rin le riceveva ad ogni compleanno notando, prima con superficialità poi con maggior attenzione, che nel giorno dell’anniversario della madre, alla prima luce del mattino, una porzione di legno si accendeva di un brevissimo bagliore. E, man mano che le bambole aumentavano, quella luce sembrava diffondersi e durare un istante di più.
Si ripromise allora di attendere la prossima per disporle insieme, in fila sul tavolo, ed osservarle. Giunto il giorno, quando il sole colpì i frammenti nascosti, i punti luminosi si unirono, formando il kanji del perdono
許
«Papà…» bisbigliò la donna, stringendosi in sé stessa e sorridendo tra le lacrime. Il calore di quel gesto, ripetuto così a lungo, la avvolse completamente.
Unite, le kokeshi formavano una lettera d’amore silenziosa, fatta di luce, cura e dedizione, capace di illuminare anche le ferite più profonde.
Quella stessa notte, Rin scrisse al padre che sarebbe tornata a casa.
Note:
Kokeshi: bambola tradizionale giapponese in legno, caratterizzata da forme essenziali (cilindriche e sferiche), prive di arti e dipinti a mano. Simbolo di memoria, protezione, legame affettivo, buoni auspici, la kokeshi (こけし) custodisce significati che si tramandano attraverso il gesto artigianale e il tempo.
Kanji: carattere della scrittura giapponese derivato dai simboli cinesi, capace di trasmettere concetti profondi.
Ricevo il giorno come un dono.
Il cucinino s’illumina gradualmente, mutando ombre e confini.
Il bollitore fischia come un treno dentro Temuco assorta.
Ho di nuovo dimenticato un Neruda in angoli inconsueti.
Inspiro.
L’aroma del tè sveglia con dolcezza il resto dei sensi.
Bevo osservando le forme semplici del mio mattino.
Sul patio l’aria è immota, ha sentori di calicanto e gelsomino.
Ho un appuntamento. Consueto. Irrinunciabile.
Nel piccolo parco di fronte, il secolare di famiglia resiste. Ha diverse ferite sulla corteccia, ma custodisce la nostra incisione. Il palmo la contiene tutta. L’albero è vivo. Lo sono anch’io. E tu, dentro di me.
Il mercato sono ore di vita esaltanti. Un mondo raccolto e manifesto.
Compro il giusto, contratto per divertimento.
Quante mele per quella torta? Tornerò.
Il pane profuma di notti operose e umane, di cose iniziate con amore e concluse per il bene.
Voci e sguardi mi attraversano, mi riconoscono, chiedono un saluto.
Qualcuno perde monete che ritrovo ai bordi: le raccolgo e le metto in tasca insieme al resto.
Ho un altro appuntamento. Giusto. Consueto.
Il giovane mendicante è seduto sul terzo gradino della Cattedrale.
Ha una nuova sciarpa.
Qualcuno è stato generoso.
Parlano gli occhi, le mani, i gesti.
Le monete liberano del loro peso le mie tasche e si fanno respiro nel suo cappello. La pagnotta è poca, ma sfama.
A casa l’acqua cade lenta sulle piantine dell’orto.
La terra beve. Le sussurro di stare tranquilla.
Non so perché, ma funziona.
La vita cresce quando qualcuno se ne cura.
Le 20:00 apparecchiano la cena.
Un piatto, un pasto, un’ombra di vino.
La sedia di fronte non mi guarda.
La televisione stanca d’informazioni su una società che non riconosco.
Spengo.
Il silenzio accompagna e non chiede.
Ritrovo l’appunto sulla torta.
Sorrido.
– Domani –
Sul comò la fotografia ti restituisce senza profondità, ma la perdita non spezza l’aversi vissuti.
Rilasso le palpebre.
Vengo ad incontrarti.
«Ti cerco sul letto come ieri.»
«La tua voce mi rilassa, sempre.»
«Sento le tue labbra accarezzarmi.»
«È un amore che scalda, anche quando non ci sei.»
«Tornerà presto una notte per amarci?»
«Sì… lenta e intensa, come se il destino avesse imparato ad aspettarci.»
«Io sto imparando ad aspettarti.»
«E io a restare, anche quando non posso stringerti.»
«Il vecchio ciliegio rifiorisce.»
«Riesco a vederci sotto i suoi rami, a danzare.»
«Hai ancora i petali tra i capelli.»
«Li sento cadere sulle spalle, lentamente… come carezze che mi mandi da lontano.»
«Come le mie labbra sul tuo collo, mentre ti stringo.»
«Mi viene la pelle d’oca.»
«È possibile amarsi sognandosi?»
«Non so più cosa sia sogno e cosa ricordo.»
«Ricordo la tua bocca a un respiro dalla mia.»
«Quanto basta al desiderio per alimentarsi.»
«C’è un treno notturno che potrebbe raggiungerti…»
«…se solo potessi andartene da lì.»
«Avvolgimi.»
«Il ricordo del tuo sapore è una marea che mi invade.»
«La mente scatena estasi condivise.»
«È un gemito che manca come l’aria.»
«È fame di te che mi travolge.»
«Resta dentro… intensamente dentro.»
«Dentro lo stesso ritmo… lo stesso calore che cresce e ci trattiene.»
«E appicca nuovi fuochi.»
«Una realtà dove siamo ancora uniti.»
«E ci tiene aperti l’uno all’altra.»
«Fin dove osa arrivare la tua voce?»
«Fino a toccarti dove la pelle ascolta.»
«È la geografia di un corpo che riscopro.»
«Seguendo il suono… e un desiderio.»
«Inestinguibile.»
«Come ciò che siamo quando ci troviamo.»
«Trovarci ancora…»
«Sì… così... attraverso...»
«Aaah…
Ti amo.»
Né stelle né lumìe, nostalgia leggera, odore di carta, luci calde, leccornie; i ticchettii della macchina da cucire coprono l'orologio e divagano il tempo. L'ago torna sul cucito e il momento si fa orlo, rugiada, luna piena, profumo di terra, alberi maturi, piccoli eventi nel giardino, vento lieve, il mio respiro; crepitio del fuoco nel camino e d'acqua nel bollitore, aromi di spezie e del tè, passi, strie d'argento sulla finestra, tintinnio di ceramiche, riflessi, canti d'uccelli notturni, morbide trame del tappeto sotto i piedi, ombre mobili sui muri, pagine del libro ritrovato, aria fredda e mani calde, un pianoforte lontano.
Nota:
Lumìe: dal termine arabo līmūn, introdotto in Sicilia durante la dominazione islamica (IX-XI); la lumìa indica una varietà tipica siciliana di agrume, affine al cedro.
Lanterne accese.
Un ultimo letto di foglie.
Pietre nere. Laviche.
Il diradarsi delle forme sulla via.
Case basse. Legno intenso.
Una notte, un corpo.
La strada per smarrirsi.
Quel lento indugiare sulla soglia.
Un corpo, una svolta.
Lo shōji scorre.
Offre. Accoglie.
La tazza profuma ricordi.
Niente monete qui.
Mani dolci, anziane.
Tramandata leggerezza.
Il tempo non lede. Accompagna.
もう逢えますまい木の芽のくもり
La minka respira nel silenzio.
Assiste. Conduce in altre stanze.
Rami decorticati si affastellano in un angolo.
Trovo pace e carta.
Un giaciglio per sognarti.
Note:
Questo MicroRacconto inscena una notte in viaggio del poeta errante Santōka Taneda (1882-1940) e lo omaggia nell’ottantesimo anniversario della sua scomparsa.
Shōji: porta scorrevole tradizionale in legno con pannelli di carta di riso; lascia filtrare la luce in modo morbido.
もう逢えますまい木の芽のくもり: haiku in versi liberi di Santōka: “non ci rivedremo più:/nuvola sui germogli degli alberi”.
Minka: abitazione rurale tradizionale giapponese, in legno e paglia, con interni semplici e tatami; il termine indica la casa contadina storica.
Giappone | Periodo Edo
Apparve netta, come una ferita, sulla neve fresca del mattino. La seta della sciarpa rossa, lacerata appena da un ramo di pruno.
Bastarono i nostri dieci anni d’innocenza a unire i mondi.
Non conobbi mai il suono della sua voce né il brivido che conduce al cuore una carezza. Gli occhi sì.
Il rosso e le mani tremavano nel bianco mentre la restituivo al padre imponente.
Guardò lo strappo. Guardò me. «Tienila.»
Il cavallo riprese il sentiero tra i pini.
Lei passò dalla seta al mio viso sporco di cenere e sorrise.
Il tempo non osò donarmi oltre.
L’inverno torna sempre piano nella mia stanza.
La seta si è fatta più scura, ma è un frammento di vita rimasto con me.
A volte la distendo.
Avevamo dieci anni. Non bastarono.
Il rosso riappare sulla neve.
Nota:
Periodo Edo: l'epoca d'oro dello shogunato Tokugawa (1603–1868), caratterizzata da una rigida divisione in classi sociali (Shinōkōshō). In questo contesto, il destino di un figlio di un mastro cartaio (Artigiano) e quello della figlia di un samurai o di un alto dignitario (Nobiltà) erano mondi paralleli destinati a non incrociarsi mai. All'epoca, un rosso così vivido sarebbe stato ottenuto dal Benibana (cartamo). Il rosso del cartamo era prezioso, quasi quanto l'oro, e simbolo di alto rango, mentre la produzione del Washi rappresentava il cuore pulsante dell'economia rurale e artistica del Giappone pre-moderno.
Distendo la mia ombra sulle strade accese di passi e Vespe lontane. Sui sanpietrini umidi, un gattino si sdraia ansante. Condividiamo l’ultimo sorso d’acqua dalla borraccia. Il piccolo nomade ha occhi profondi. Mi scruta, beve dal palmo e si allontana, con un miagolio che spezza il suono nostalgico della Fontana. Contemplo l’acqua e i suoi riflessi. Il marmo resiste. La mia vita no. Fuori posto sempre, come quel vaso di coppe che domina sul bordo. Tutta Trevi respira: odore di pietra bagnata e di desideri, ossidatisi con le monete.
«Roma ascolta chi sogna.»
La voce è calda e femminile. Accarezza.
«Anita‽»
Aderente al suo sorriso, la seguo superare un fotografo addormentato, la macchina al collo. Sedendosi, mi sfiora. Tiene il cucciolo sul grembo, con una carezza lenta simile ad uno sciabordio d’onda.
«Anita… Anita è un desiderio eterno rimasto nella fontana.»
L’acqua è lattea, una galassia di infinite possibilità.
Sirene in quest’oceano di roccia, i suoi occhi mi ritrovano.
«Stay here.»
La reflex, otturata, è rivolta alla finestra, verso la piazza. Premuto sul viso, il naso umido del micio mi risveglia. Distendo la mia ombra orizzontale sul muro raschiato della pensioncina. Una moneta bagnata in tasca. Sospiro.
Roma ascolta chi sogna.
Note:
Fontana di Trevi: opera barocca di Nicola Salvi e Giuseppe Pannini, fu completata nel 1762 da Pietro Bracci con l’aiuto del figlio Virginio. Situata in Piazza di Trevi a Roma, è tra le fontane più famose al mondo.
Vaso scolpito in travertino, una roccia calcarea molto usata nell’architettura romana, la cui forma richiama l’Asso di Coppe delle carte da gioco. È un elemento curioso e particolare, presente sulle rocce del parapetto della Fontana di Trevi.
Anita: attrice e icona cinematografica svedese, Anita Ekberg (1931–2015) è rimasta celebre, nell’immaginario collettivo, per il suo ruolo nel film La Dolce Vita (1960) di Federico Fellini (1920-1993).
Un'elemosina di sole sul mio corpo arreso.
Approdo.
Tra i ruderi, cuori abbandonati all'inverno. Un gatto si disseta da una pozza sudicia.
Sopra le fiamme libere di un bidone incendiato, le mani si sfiorano.
Sorge rossa, nella pioggia, un'ampia figura che mi si avvicina.
«Siete voi il libraio?»
Chitarra terrestre, la sua voce mi percuote.
«Chi mi cerca trova fantasmi.»
Un flash. Un fiammifero che si accende e spegne, collassando tutto su di sé.
Emerso dall'ombra, qualcun altro mi spinge verso l'interno.
«Non qui.»
Tra i fumi di scarico, un doppio, atroce cigolio di saracinesca ci sormonta.
«Cosa cerchi?»
«La verità.»
«Storia scomoda.»
Una lampada a petrolio s'innesca, accendendo il piccolo ambiente come un volto colto da improvviso rancore.
«Non c'è niente qui.»
L'uomo in rosso ci raggiunge e mi sorprende alle spalle.
«Perché non sai guardare...»
Sul tavolo, accanto al lume sporco, depone un brossurato verdastro.
«Pagina o palco: che farsa la vita.»
Le sue dita ne rigano la polvere, squadernandolo.
«La verità…», sfoglia le pagine con grave lentezza, «... quando si trova, si spera sempre che ci resusciti.»
Cessa di spulciare, allontanandosi appena.
Leggo l'inchiostro scivolarmi dagli occhi al cuore.
Lascio il mio obolo.
«Un buon sigaro tra labbra di zucchero.»
Ridono. E l'eco mi accompagna oltre il vicolo.
Liberata dai suoi miasmi, la notte mi ritrova con un preticore diffuso.
Nota:
Nékyia: dal greco antico νέκυια, il termine indica la discesa simbolica agli inferi e l’interrogazione delle “ombre” per conoscere il proprio destino.
Nel fossato di Vincennes, due proiettili sibilarono nella bruma. Il duello d'onore infartò solo dei passeri.
A Carnetin, monsieur Bélier sorprese la moglie con l'amante. I colpi di rivoltella mancarono la coppia, centrando perfettamente il ritratto della suocera.
Stanca di essere sbandierata per occultare crimini, la Statua della Libertà ha chiesto asilo politico in Canada.
Note:
Félix Fénéon (1861-1944): critico d’arte, editore e anarchico francese. Per anni redattore capo de La Revue Blanche, fu l’inventore del termine “Neo-impressionismo”. Nel 1906, per il quotidiano Le Matin, scrisse anonimamente le celebri Nouvelles en trois lignes: breviari di cronaca nera e quotidiana dove la spietata precisione del verbale di polizia incontra l’ironia tagliente del rivoluzionario.
Fosso di Vincennes: è il fossato del castello omonimo, ai margini di Parigi. In passato era luogo d'elezione per duelli d'onore e, talvolta, fucilazioni militari.
Bruma: termine che richiama le albe invernali della banlieue parigina. Nei faits divers di fine Ottocento, la nebbia era spesso complice dei duellanti: la scarsa visibilità forniva un’eccellente scusa per mancarsi e salvare l’onore senza rischiare la vita.
Carnetin: comune rurale della Seine-et-Marne, situato a circa 35–40 km a est di Parigi.
Bélier: il termine è traducibile come "montone". Il cognome evoca immediatamente l’animale simbolo delle corna robuste, della testardaggine e della furia cieca quando carica.
P.S.: la regola di composizione adottata per questi tre sentiti omaggi segue "la formula Fénéon: una riga per l'ambiente, una per la cronaca (più o meno nera), una per l'epilogo a sorpresa" (F. Fénéon, Romanzi in tre righe, Adelphi, 2009, 4ª ediz., pp. 58).
Il Circolo tornava soporifero dopo l’estate. Buste di plastica volavano basse per il quartiere e i primi diluvi svuotavano le strade.
Con mezzo toscano spento tra le labbra, poncho pesante e sdrucito, occhiali bassi sul naso spesso, Ninni entrò stringendo il suo prediletto mazzo di carte, brunito dal fumo e dagli anni d’usura.
«Sabbinirìca.»
Lo batté due volte sul tavolo, come per risvegliare le figure. Il crepitio dei giornali ripiegati e lo sferragliare delle sedie scostate interruppero il torpore.
«Amunì.»
Col respiro profondo, simili ad appaloosa stanchi, i presenti risposero al richiamo, radunandoglisi intorno.
Mescolò di spirtizza: una mano sola, leggera e decisa, come se stesse accarezzando una donna.
«Cu garbu e crianza.»
Il caffè nei bicchierini vorticava, ambrato e ristretto. Sul pavimento, ombre lunghe e oblique.
Dal gruppo, lanciando il bastone ad un compare, una coppola bronzo-fumo emerse e si sedette.
«Don…»
«Ninni…»
Il neon tremolò sopra il tavolo di formica.
«Tagghia e cumanna»
Ninni voltò l'ultima carta rivelando quale seme avrebbe arbitrato il duello.
«Briscola a coppi»
Le dita raccolsero con fermezza le proprie tre carte, schiudendole a ventaglio sul volto.
«Solita posta?»
«Non avrai un altro ballo con mia nipote, Don.»
«Vedremo…»
Gli occhi rimasero l'uno misura dell’altro.
Col vento a premere contro le finestre, il vetro vibrò insieme alla Madonna sulla mensola.
Le mani si susseguirono, le carte caddero duellando.
Ninni sfiorò il suo mazzetto delle prese, un conto mentale degli scalpi ottenuti. Fece scivolare lentamente la sua ultima pesca tra il pollice e l’indice, saggiandone la grana ruvida coi polpastrelli. Sentendone il peso, non la guardò neppure. Attese. Don raccolse la briscola scoperta e sorrise. Con un movimento secco la scagliò al centro.
«'A furtuna è orba. S'invita, un s'aspetta.»
Ma sulla sua giocata, nella scintilla del neon, il carico di Ninni s'abbatté tonante.
L'eco del colpo si disperse in cenere sulle maioliche sbeccate.
Completamente raccolto, il mazzo svanì sotto il poncho accompagnato dai brusii.
Ninni rinforcò gli occhiali e si alzò.
Raggiunta la soglia, il sigaro ricomparve tra le sue labbra: lo accese e si voltò. Due boccate e mezzo sorriso: un cenno di commiato tra galantuomini.
Spiovve e uscì, lasciandoci nel sopore d'un'altra settimana conclusa.
Nota:
Appaloosa: razza di cavalli originaria delle regioni dell'Oregon e dell'Idaho nel Nord degli Stati Uniti d’America.
Tuuu-tuuu-tuu.
Clic.
«Hai disturbato Franck. Se proprio devi, lascia un messaggio. Probabilmente ignorerò anche quello.»
Beeep.
«Ciao, Franck… volevo scriverti, ma… lo sai… mi manca la tua voce.
Sei lì, vero? Franck?
Va bene… richiamerò.»
«Missing call — October 24 1993»
Fshhh— Clic.
Tuuu-tuuu-tuu.
Clic.
«Hai disturbato Franck. Se proprio devi, lascia un messaggio. Probabilmente ignorerò anche quello.»
Beeep.
«Sono nella vecchia casa. È così vuoto qui…
Night calls…
Making… night calls…
La senti?
Night calls…
Making… night calls…
La sto ascoltando, Franck. Di nuovo.
Ma non riesco a ballarla senza di—»
«Missing call — November 3 1993»
Fshhh— Clic.
Tuuu-tuuu-tuu.
Clic.
«Hai disturbato Franck. Se proprio devi, lascia un messaggio. Probabilmente ignorerò anche quello.»
Beeep.
«Franck… non è cambiato niente, tesoro. Non con me.
Lo so, lo so che… cioè… è stata colpa mia, ok? Ben ci ha provato ma… ma non puoi tagliarmi fuori così. Lasciami spiegare... ti prego...»
«Missing call — January 25 1994»
Fshhh— Clic.
Tuuu-tuuu-tuu.
Clic.
«Hai disturbato Franck. Se proprio devi, lascia un messaggio. Probabilmente ignorerò anche quello.»
Beeep.
«Sono qui, nella cabina… [Tic-Tic-Tic] sta diluviando… [Tic-Tic-Tic] Cristo, Franck! È la vigilia di Natale. [Tic-Tic-Tic] Rispondimi almeno. [Tic-Tic-Tic] La vedo la luce accesa. [Tic-Tic-Tic] Lo so che sei in casa. [K-BOOM!] Merda! Sta peggiorando. Franck, aprimi. Franck!»
«Missing call — December 24 1997»
Fshhh— Clic.
Tuuu-tuuu-tuu.
Clic.
«Hai disturbato Franck. Se proprio devi, lascia un messaggio. Probabilmente ignorerò anche quello.»
Beeep.
«Franck… [Biip-Biiip] scusami per ieri sera… la smetterò se è questo che vuoi... [Biip-Biiip] Un traffico assurdo. Il temporale ha fatto saltare un tombino. Per favore, almeno questo Natale, richiamami, sarebbe il regalo più bello.»
«Missing call — December 25 1997»
Fshhh— Clic.
Tuuu-tuuu-tuu.
Clic.
«Ciao! Avete chiamato Sam… e Ben! Al momento non siamo in casa... ma puoi lasciarci un messaggio. Ah! Se sei Franck, tesoro, la mamma ti richiamerà al dormitorio stasera. Un bacio!»
Beeep.
«Mamma… papà... sono Franck. Passerò le feste nella nostra vecchia casa. È così calmo qui. La segreteria funziona ancora.
Night calls…
Making… night calls…
Avevo pensato di smettere di riascoltarla, ma… mi mancava sentirvi... insieme. Come un tempo.
Night calls…
Making… night calls…
Richiamerò.»
«Missing call — December 25 2017»
Fshhh— Clic.
Nota:
Night Calls: scritto da Jeff Lynne, è un brano incluso nell'album omonimo di Joe Cocker pubblicato nel 1991.
A che serve leggere? Cammino piano per Jinbōchō brulicante. Ovunque posi lo sguardo, i dorsi dei libri richiamano, ma sono piccole schiene ritte senza un fremito a percorrerle. Eppure, una continua marea umana si addensa su questi muti muri di carta rilegata. Perché? Nella mia famiglia si è sempre prediletta una manualità operaia: mani unte di grasso, scheggiate dal legno, abrase dal ferro. Tutto il senso semplice dell’esistenza è racchiuso qui: nei palmi callosi e nell’effetto concreto del gesto. Stringo un bullone? Qualcosa tiene. Piallo un'asse? Un tavolo compare. Saldo dei raggi? Una bici torna in strada. Ho sempre creduto nell’onesta verità del sudore, non nella parola: pianeta distante, un vuoto a perdere. Mi inoltro tra i vicoli, ancora con quella domanda in testa. Torri instabili di volumi ostruiscono la via, invadono lo spazio, ti costringono all’urto. Fronteggiandole, smuovo un albo illustrato in cima alla pila. Cadendo, si schiude su un nome in oro: Konstantin Alekseevič Korovin. Sotto, una veduta innevata nell’inverno russo. Osservo quel bianco steso a colpi di spatola, grumi di colore che sono materia viva e umile, non diversa dalla mia. Sento un calore improvviso artigliarmi l’anima, come se avessi sfiorato con le nocche il metallo rovente in officina, intuendo qualcosa che ho sempre respinto. La grana della pagina mi ricorda certe pietre scagliate sulle pozzanghere a Roncocesi, da dove provengo. Chiudo il tomo con un colpo secco, il suono mi vibra sui polsi, reale come una martellata. Il sospetto dilaga: e se leggere servisse a questo? Se fosse un lavoro di scavo e costruzione, faticoso quanto il mio? Alzo lo sguardo: questa piccola umanità somiglia a minatori curvi, sui banchetti, ognuno con la propria lanterna accesa tra le pagine. Mi chiedo come abbiano avvertito questo peso di diversità, se una lettura ben scelta basta ad alleviarlo o se tutto sia davvero polvere e macero. Piove. Esco dal quartiere insieme ad altri uomini soli ma felici, con un libro stretto a sé. Negli occhi, qualcosa risveglia il cavallo alato dell’infanzia. A che serve leggere.
Note:
Sanpo (散歩): termine giapponese che indica la passeggiata libera, il vagabondare senza una meta precisa. Nel contesto del racconto, rappresenta l’apertura al caso e all’osservazione, il momento in cui il ritmo lento del cammino permette alla domanda interiore e alla materia del mondo di entrare in collisione.
Jinbōchō: quartiere di Tokyo famoso per le librerie, dove poter reperire testi sia nuovi che di seconda mano, e per la cultura letteraria.
Korovin: Konstantin Alekseevič Korovin (1861-1939), pittore e scenografo, è considerato il principale esponente dell’impressionismo russo. Si distinse per l'uso vibrante del colore e della luce, influenzato dai suoi soggiorni parigini. Oltre alla vasta produzione paesaggistica e ai celebri scorci urbani notturni, rivoluzionò la scenografia teatrale russa collaborando con il Teatro Bol'šoj e i Ballets Russes di Diaghilev.
Roncocesi: piccolo centro abitato del comune di Reggio Emilia, in Emilia-Romagna.
La luce si ritrae in fretta dalla Main Street, anche il sole si è stancato di questa città.
Nel riverbero, una Super Deluxe blu del ’48 sembra tremolare, concedendo il fianco allo sfitto emporio di Chuck.
Sereno come un corpo appena addormentato, il cofano emana ancora un debole calore.
Qualche passo più avanti, addossata al muro di mattoni ritinteggiati dell’”Eatery Cafe”, lei: succinta, rossa, braccia conserte, gambe accarezzate da una lieve curva d’ombre. Non osserva che il suo riflesso sulla carrozzeria. Tra le dita, il mozzicone di sigaretta brucia inerte un desiderio di labbra addosso.
Come l’auto, la donna è del tutto fuori posto e per questo così viva e vera da trattenere su di sé gli ultimi bagliori.
Dentro il diner, la scritta OPEN del neon si distorce sul bordo lucido della caffettiera.
Dimenticato sul bancone, un quotidiano sportivo e un cappello.
Vertice di quel triangolo ideale, un uomo dalle maniche bianche arrotolate ne esce camminando verso la SD senza guardarla. Sull’asfalto crepato, i suoi passi sono l’unico suono udibile nella via.
Hopper avrebbe amato dipingere tutta questa luminosità obliqua, questo silenzio passante tra corpi e macchine che si trovano ad abitare lo stesso spazio senza riuscire ad abitare la stessa storia.
Racconto ispirato dalla contemplazione dell'artwork per la cover dell’album Fahrenheit dei TOTO (1986).
Nono inning. Un solo swing. Piantato sul tombino della Diciassettesima, LittleMyer si prepara a freddare l’ultimo degli italiani. Al terzo piano, Mrs. Clemons ci osserva dietro le veneziane scolorite. Ha l'indice ossuto già disteso sul quadrante del telefono: aspetta che le ombre si allunghino sulle sette per sguinzagliare la polizia. Ho imparato tante parole nuove da lei, tutte irripetibili. "Rumore che rimbalza contro i mattoni rossi", è forse la frase più poetica.
«Tira quella maledetta palla, Myer!» urla l’italiano, agitando come una clava il manico di scopa rubato alla madre. Il mio compagno non risponde. Si ruota sul palmo la Spaldeen. Lo osserva. Sembra un professionista dei Dodgers, anche se ha dodici anni e il moccio al naso.
Pock... pock... pock...
Il suono della pallina contro l'asfalto è il metronomo perfetto della nostra estate. Improvviso, il lancio di LittleMyer è una sgangherata palla ad effetto. Mariano gira e – clang! – la scaglia colpendo di taglio un idrante che la fa impennare, alta oltre i fili del bucato, finendo dritta contro il vaso di gerani della signorina Clemons.
Un angoscioso silenzio ci unisce, mentre il coccio piroetta su sé stesso prima di precipitare.
Ineluttabile l’esplosione di terra cotta e petali rossi.
«Polizia!»
Il grido ci sparpaglia come un fiammifero caduto in un formicaio.
Corro a perdifiato, coprendo con una risata l'eco delle sirene distanti. Mi fermo solo quando penso di essere al sicuro. Alle mie spalle, la strada è vuota, il sole un tuorlo d'uovo che si spalma e si spegne tra i palazzi. Mariano ricompare dal retro del camioncino dei gelati di suo padre, burlandosi del mondo intero.
Torneremo domani a rivendicare il vicolo. Sempre che, al mattino, Mrs. Clemons non ci riconosca, tra i salmi e un'avemmaria, dal pulpito della St. Jude.
Note:
Stickball: classico gioco di strada (variante povera del baseball), che ha vissuto il suo massimo splendore a New York tra gli anni '30 e '70 del Novecento. Non servivano stadi o diamanti di terra battuta: bastava l'asfalto della propria via. Le regole erano adattate alla giungla urbana: i tombini venivano usati come basi o come "piatto di casa", e le finestre dei palazzi o le scale antincendio fungevano da limiti del campo. Era il simbolo della creatività dei ragazzini che trasformavano la città nel loro parco giochi.
Spaldeen: pallina rosa, di gomma, ad alto rimbalzo, economica e resistente, prodotta dalla Spalding (Spaldeen, il nome gergale con cui è comunemente conosciuta, deriva proprio da una deformazione della pronuncia del marchio da parte dei ragazzi che la usavano per i giochi in strada).
La giacca sul sellino della bici, lo sguardo perso nei fumi bluastri dell’ennesima Gauloise ad ingiallirmi le dita. L’amavo ancora e l’attesi. Sognavo con lei una vita comune, pervasa da lacrime e furori, noie e abitudini. Al 32 di Rue Blondel apparve, carnale e serafica: Gervaise, Margarete, Céline. Avevo inventato così tanti nomi per celarne la scabrosa verità che «Maria!» proruppe dalle labbra, nudo come un vagito. Non mi abbracciò. Eppure, trattenendola stretta oltre il necessario, sentii la mia mano ritrovare una funzione emotiva, non più biologica: tempo ancorato alle nostre esistenze in procinto di disgregarsi.
«Fragile gioia, l’adesso», sorrise, allentando la presa.
Baciarla fuori dal tariffario era il punto di sutura dei nostri strappi. E in quella deriva divampava la mia sola patria: l’unica su cui, notte e giorno, avrei voluto distendermi ed abitare.
Note:
Écart: dal francese, "divario".
32 di Rue Blondel: indirizzo storico nel quartiere di Porte Saint-Denis a Parigi, celebre per aver ospitato fino al 1946 (anno della legge Marthe Richard che impose la chiusura delle case di tolleranza) l’Aux Belles Poules.
l crepuscolo si era incendiato su tutto il cul-de-sac e le sorti del quartiere restavano incerte.
Dentro improvvisati fortini, i gemelli Wardden ci tennero testa. Asserragliati, in attesa di cogliere l’Occasione, i respiri si condensarono nell’aria gelida.
Quando l’ultima eco delle grida materne per la cena svanì tra i vialetti, restammo in tre a fronteggiarli: io, Caterpillar e la Wrecking Ball, una polpetta di ghiaccio levigata per ore, pronta da servire ai nuovi commensali.
Imitando una testuggine romana, i fratelli avanzarono spalla a spalla.
«Ancora un passo… ORA!»
Caterpillar si gettò in strada come un cingolato rudimentale, sbracciando e inciampando nei suoi stessi lacci sciolti: un capitombolo così goffo che, per puro caso, lo salvò dalla prima scarica nemica.
Coi gemelli finalmente allo scoperto, approfittai del momento: balzai sul cassonetto e caricai il braccio.
Letale come una fastball di Sandy Koufax, scagliai la mia palla da demolizione contro il ramo sporgente della sequoia: mezzo metro di neve fresca gli piombò addosso, seppellendo le loro grasse risate nel silenzio di una soffice sconfitta.
Ogni inverno ritorno a quel giorno. Mio figlio cammina per lo stesso quartiere senza guardarsi attorno, rapito da uno schermo e da un mondo che fatico a decifrare. Spezzando il polso, lancio verso di lui una palletta morbida, precisa quanto basta a fargli scivolare il telefono dalle mani.
«Ehi, McLaugh! In questo quartiere si cammina a testa alta, ragazzo. Non sai mai cosa potrebbe piombarti addosso.»
Mi fissa per un istante, sorpreso. Poi si china, afferra una manciata di neve e la compatta tra le dita. In quell'istante, il confine tra i miei ricordi e il suo presente si sfalda nel suono di una sfida eterna.
Note:
Sandy Koufax (1935): leggendario lanciatore dei Brooklyn/Los Angeles Dodgers, considerato uno dei più grandi atleti nella storia del baseball. La sua carriera, caratterizzata da un dominio assoluto sul campo, di pari alla sua figura, è spesso evocata come simbolo di eccellenza folgorante.
«Hai freddo?»
«Solo fin dove non mi tocchi.»
Avvolta tra gambe e braccia, il mio viso trova casa nel nido di seta della sua chioma sciolta.
Un lampo ci scopre.
«Pioverà?»
Come un sasso gettato in un barile vuoto, il primo tuono esplode fuori dalla stanza.
«L'universo ci è complice.»
Nella notte degli amanti, l'esterno è un miraggio irrilevante.
Arcuata col mio petto, la sua schiena disinnesca il tempo.
«Hai freddo?»
«Solo fin dove non mi tocchi.»
Avvolta tra gambe e braccia, il mio viso trovò casa nel nido di seta della sua chioma sciolta.
Un lampo ci fotografò.
«Pioverà?»
Come un sasso gettato in un barile vuoto, il primo tuono esplose fuori dalla stanza.
«L'universo ci è complice.»
Nella notte degli amanti, l'esterno è un miraggio irrilevante.
Arcuata contro il mio petto, la sua schiena disinnescava il tempo.
Versione eterno presente e versione ricordo.
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